Anche per questo il sunsplash dà fastidio

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sabato 28 marzo 2009

Platone e l'amore



Questa è una parte del Simposio di Platone in cui Aristofane parla della vera natura dei sentimenti della specie umana. Era avanti lui o siamo dei primitivi noi?

"Innanzitutto bisogna che conosciate la natura della specie umana e quali prove essa ha dovuto attraversare. Nei tempi andati, infatti, la nostra natura non era quella che è oggi, ma molto differente. Allora c'erano tra gli uomini tre generi, e non due come adesso, il maschio e la femmina.

Ne esisteva un terzo, che aveva entrambi i caratteri degli altri. Il nome si è conservato sino a noi, ma il genere, quello è scomparso. Era l'ermafrodito, un essere che per la forma e il nome aveva caratteristiche sia del maschio che della femmina. Oggi non ci sono più persone di questo genere.

Quanto al nome, ha tra noi un significato poco onorevole.

Questi ermafroditi erano molto compatti a vedersi, e il dorso e i fianchi formavano un insieme molto arrotondato. Avevano quattro mani, quattro gambe, due volti su un collo perfettamente rotondo, ai due lati dell'unica testa. Avevano quattro orecchie, due organi per la generazione, e il resto come potete immaginare. Si muovevano camminando in posizione eretta, come noi, nel senso che volevano. E quando si mettevano a correre, facevano un po' come gli acrobati che gettano in aria le gambe e fan le capriole: avendo otto arti su cui far leva, avanzavano rapidamente facendo la ruota. La ragione per cui c'erano tre generi è questa, che il maschio aveva la sua origine dal Sole, la femmina dalla Terra e il genere che aveva i caratteri d'entrambi dalla Luna, visto che la Luna ha i caratteri sia del Sole che della Terra. La loro forma e il loro modo di muoversi era circolare, proprio perché somigliavano ai loro genitori. Per questo finivano con l'essere terribilmente forti e vigorosi e il loro orgoglio era immenso. Così attaccarono gli dèi e quel che narra Omero di Efialte e di Oto, riguarda gli uomini di quei tempi: tentarono di dar la scalata al cielo, per combattere gli dèi.

Allora Zeus e gli altri dèi si domandarono quale partito prendere. Erano infatti in grave imbarazzo: non potevano certo ucciderli tutti e distruggerne la specie con i fulmini come avevano fatto con i Giganti, perché questo avrebbe significato perdere completamente gli onori e le offerte che venivano loro dagli uomini; ma neppure potevano tollerare oltre la loro arroganza. Dopo aver laboriosamente riflettuto, Zeus ebbe un'idea. "lo credo - disse - che abbiamo un mezzo per far sì che la specie umana sopravviva e allo stesso tempo che rinunci alla propria arroganza: dobbiamo renderli più deboli. Adesso - disse - io taglierò ciascuno di essi in due, così ciascuna delle due parti sarà più debole. Ne avremo anche un altro vantaggio, che il loro numero sarà più grande. Essi si muoveranno dritti su due gambe, ma se si mostreranno ancora arroganti e non vorranno stare tranquilli, ebbene io li taglierò ancora in due, in modo che andranno su una gamba sola, come nel gioco degli otri." Detto questo, si mise a tagliare gli uomini in due, come si tagliano le sorbe per conservarle, o come si taglia un uovo con un filo. Quando ne aveva tagliato uno, chiedeva ad Apollo di voltargli il viso e la metà del collo dalla parte del taglio, in modo che gli uomini, avendo sempre sotto gli occhi la ferita che avevano dovuto subire, fossero più tranquilli, e gli chiedeva anche di guarire il resto. Apollo voltava allora il viso e, raccogliendo d'ogni parte la pelle verso quello che oggi chiamiamo ventre, come si fa con i cordoni delle borse, faceva un nodo al centro del ventre non lasciando che un'apertura - quella che adesso chiamiamo ombelico. Quanto alle pieghe che si formavano, il dio modellava con esattezza il petto con uno strumento simile a quello che usano i sellai per spianare le grinze del cuoio. Lasciava però qualche piega, soprattutto nella regione del ventre e dell'ombelico, come ricordo della punizione subìta.

Quando dunque gli uomini primitivi furono così tagliati in due, ciascuna delle due parti desiderava ricongiungersi all'altra. Si abbracciavano, si stringevano l'un l'altra, desiderando null'altro che di formare un solo essere. E così morivano di fame e d'inazione, perché ciascuna parte non voleva far nulla senza l'altra. E quando una delle due metà moriva, e l'altra sopravviveva, quest'ultima ne cercava un'altra e le si stringeva addosso - sia che incontrasse l'altra metà di genere femminile, cioè quella che noi oggi chiamiamo una donna, sia che ne incontrasse una di genere maschile. E così la specie si stava estinguendo. Ma Zeus, mosso da pietà, ricorse a un nuovo espediente. Spostò sul davanti gli organi della generazione. Fino ad allora infatti gli uomini li avevano sulla parte esterna, e generavano e si riproducevano non unendosi tra loro, ma con la terra, come le cicale. Zeus trasportò dunque questi organi nel posto in cui noi li vediamo, sul davanti, e fece in modo che gli uomini potessero generare accoppiandosi tra loro, l'uomo con la donna. Il suo scopo era il seguente: nel formare la coppia, se un uomo avesse incontrato una donna, essi avrebbero avuto un bambino e la specie si sarebbe così riprodotta; ma se un maschio avesse incontrato un maschio, essi avrebbero raggiunto presto la sazietà nel loro rapporto, si sarebbero calmati e sarebbero tornati alle loro occupazioni, provvedendo così ai bisogni della loro esistenza. E così evidentemente sin da quei tempi lontani in noi uomini è innato il desiderio d'amore gli uni per gli altri, per riformare l'unità della nostra antica natura, facendo di due esseri uno solo: così potrà guarire la natura dell'uomo. Dunque ciascuno di noi è una frazione dell'essere umano completo originario. Per ciascuna persona ne esiste dunque un'altra che le è complementare, perché quell'unico essere è stato tagliato in due, come le sogliole. E' per questo che ciascuno è alla ricerca continua della sua parte complementare. Stando così le cose, tutti quei maschi che derivano da quel composto dei sessi che abbiamo chiamato ermafrodito si innamorano delle donne, e tra loro ci sono la maggior parte degl adulteri; nello stesso modo, le donne che si innamorano dei maschi e le adultere provengono da questa specie; ma le donne che derivano dall'essere completo di sesso femminile, ebbene queste non si interessano affatto dei maschi: la loro inclinazione le porta piuttosto verso le altre donne ed è da questa specie che derivano le lesbiche. I maschi, infine, che provengono da un uomo di sesso soltanto maschile cercano i maschi. Sin da giovani, poiché sono una frazione del maschio primitivo, si innamorano degli uomini e prendono piacere a stare con loro, tra le loro braccia. Si tratta dei migliori tra i bambini e i ragazzi, perché per natura sono più virili. Alcuni dicono, certo, che sono degli spudorati, ma è falso. Non si tratta infatti per niente di mancanza di pudore: no, è i loro ardore, la loro virilità, il loro valore che li spinge a cercare i loro simili. La ragione è questa, che la nostra natura originaria è come l`ho descritta. Noi formiamo un tutto: il desiderio di questo tutto e la sua ricerca ha il nome di amoreLa ragione è questa, che la nostra natura originaria è come l`ho descritta. Noi formiamo un tutto: il desiderio di questo tutto e la sua ricerca ha il nome di amore
Queste persone - ma lo stesso, per la verità, possiamo dire di chiunque - quando incontrano l'altra metà di se stesse da cui sono state separate, allora sono prese da una straodinaria emozione, colpite dal sentimento di amicizia che provano, dall'affinità con l'altra persona, se ne innamoranc e non sanno più vivere senza di lei - per così dire - nemmeno un istante. E queste persone che passano la loro vita gli uni accanto agli altri non saprebbero nemmeno dirti cosa s'aspettano l'uno dall'altro. Non è possibile pensare che si tratti solo delle gioie dell'amore: non possiamo immaginare che l'attrazione sessuale sia la sola ragione della loro felicità e la sola forza che li spinge a vivere fianco a fianco. C'è qualcos'altro: evidentemente la loro anima cerca nell'altro qualcosa che non sa esprimere, ma che intuisce con immediatezza. Se, mentre sono insieme, Efesto si presentasse davanti a loro con i suoi strumenti di lavoro e chiedesse: "Che cosa volete l'uno dalI'altro?", e se, vedendoli in imbarazzo, domandasse ancora: "Il vostro desiderio non è forse di essere una sola persona, tanto quanto è possibile, in modo da non essere costretti a separarvi né di giorno né di notte? Se questo è il vostro desiderio, io posso ben unirvi e fondervi in un solo essere, in modo che da due non siate che uno solo e viviate entrambi come una persona sola. Anche dopo la vostra morte, laggiù nell'Ade, voi non sarete più due, ma uno, e la morte sarà comune. Ecco: è questo che desiderate? è questo che può rendervi felici?" A queste parole nessuno di loro - noi lo sappiamo - dirà di no e nessuno mostrerà di volere qualcos'altro. Ciascuno pensa semplicemente che il dio ha espresso ciò che da lungo tempo senza dubbio desiderava: riunirsi e fondersi con l'altra anima. Non più due, ma un'anima sola. La ragione è questa, che la nostra natura originaria è come l`ho descritta. Noi formiamo un tutto: il desiderio di questo tutto e la sua ricerca ha il nome di amore".

venerdì 9 gennaio 2009

Gli opinionisti tuttologi


A me non piace parlare di cose di cui non ho una buona conoscenza. In genere se un qualcosa mi interessa mi informo o mi limito ad ascoltare persone che ne sanno più di me, comunque non azzardo opinioni prima di avere almeno un quadro generale dell'argomento. Già, le opinioni. Uno dei più grandi simboli della libertà è poter avere ed esprimere la propria opinione. Ma cos'è un'opinione? Si può dire che sia un giudizio ragionato. Ma per elaborarlo ci vuole informazione, vera informazione. Questo richiede impegno, approfondimento, quindi tempo per ricercare fonti e anche per verificarle. Io non ce l'ho con chi decide di non interessarsi a determinate questioni, preferirei una partecipazione collettiva, ma non è nella mia cultura costringere gli altri a fare ciò che non vogliono, è una maniera di pensare che non mi appartiene. Quello che mi fa alterare sono le opinioni. Le presunte opinioni di queste persone. Di chi si informa sfogliando il leggo, guardando due minuti di telegiornale e si autoconvince di essere così autorizzato ad esprimersi. Una opinione fondata sul nulla, semplicemente non è un opinione. Dicesi pregiudizio, qualunquismo, ciaccole da baccaro, come si suol dire a Venezia. Possono anche risultare simpatiche in principio,ma anche no, finchè non sfociano in stereotipi, razzismo o populismo. Basta salire su di un autobus ed ascoltare, ci si potrebbe fare una tesi. Non mi sembra un ragionamento così complesso. Se una cosa non la conosco, premetto di essere ignorante in materia e al massimo esprimo delle impressioni, magari ascoltando chi invece ne sa di più. Invece no. Trovi sempre quello pronto a pontificare. Perchè uno dei regali dell'esplosione mediatica è che tutti sono tuttologi di tutto. Puoi prendere chiunque per la strada e parlarci di qualsiasi argomento, che tanto un'opinione preconfezionata ti verrà comunque servita. Oh beh, poco importa se parli della vita e della morte di persone, come se stessi parlando della partita della domenica. Se fossero solo parole non sarebbe neanche tanto grave; il problema è che poi vanno ad influire sulla vita reale delle persone, bersaglio dell'opinionista, nonchè sulle politiche d'intervento, creando un circolo di disinformazione che si autoalimenta. Forse ci dovremmo riappropriare del diritto a non sapere. Essere ignoranti non è un'offesa, è un dato di fatto, la pretesa di sapere tutto è un delirio. Nel momento in cui si è consapevoli di queste due cose è già un buon inizio. O almeno questa è la mia opinione.

domenica 23 novembre 2008

Un tè con Dio

Stasera ho un appuntamento speciale. Ho un appuntamento con Dio. E' iniziato il freddo così per riscaldarci gli ho chiesto se gli andava di venire a bere un tè. Non gli ho detto un'ora, non gli ho detto un luogo. In effetti, pensandoci bene, non so neanche quale sia il senso di uscire per parlarci, forse voglio solo evitargli di avere un ennesimo ospite in casa sua, forse non voglio sentirmi accolto da lui ma voglio un semplice incontro. Cammino per strade semideserte e con luci soffuse poi ad un certo punto scorgo un bar senza troppe pretese, penso sia perfetto per una chiacchierata. Ci sono due sedie tirate indietro, sul tavolo due tazze di tè fumanti con a lato bustine di zucchero di canna, proprio come piace a me. Lo sapeva che sarei passato di qua. Mi siedo ed inizio a bere ma mi scotto la lingua. Mi sembra di sentire una risatina in sottofondo, guardo l'altra tazza che è ancora li piena, nessuno l'ha ancora toccata e penso che anche questa è saggezza. Inizio a parlare. Gli ho chiesto questo incontro perchè da qualche tempo non mi sento bene, non riesco a dormire. Non è un male fisico, si ho le mie magagne, ma ci convivo; no, il dolore che sento è qualcosa di più profondo, qualcosa che mi tocca lo spirito. Sono cresciuto con un'educazione che spesso confondeva la spiritualità con la religione e la religione con la chiesa, solo ultimamente ho iniziato a rendermene conto. In effetti non ho mai capito perchè per parlare con un'entità che sa tutto, vede tutto ed è ovunque dovevo per forza rivolgermi ad un altro uomo, mi è sempre sembrato che ci fosse qualcosa di più oltre a questo. Perciò non sono mai andato in chiesa. Qualcuno mi diceva che allora ero ateo, che non credevo in niente ed io gli credevo, per anni ho pensato di non credere in niente. Poi però vivendo, facendo esperienze, ho iniziato a sentire qualcosa. Ancora quella risatina. Si, lo so che rispetto all'eternità la mia età è ben poco, però ho sempre pensato di dover fare tesoro di ogni attimo, anche se non sempre ho avuto la lucidità per farlo. Dicevo, poi ho iniziato a sentire qualcosa, a sentire il bisogno non solo di credere in certi valori, ma a vivere per quei valori, ad impegnarmi per quei valori. Questo l'ho fatto senza religioni. Le religioni sono costruite, non ce n'è una vera e una falsa, una giusta e una sbagliata. Qualcuno, qualche anno fa, diceva che le diverse religioni sono dei rami che finiscono tutte allo stesso tronco, che grande essere deve essere stato. Chissà come mai non c'è almeno una giornata mondiale che lo commemori. Comunque, io credo che tutti siamo parte di quel tronco in quanto persone, indipendentemente dalla religione. Credo che di fronte all'imponderabile nessuno possa arrogarsi il diritto di ergersi a portatore della verità; non è Dio che ha creato l'uomo a sua immagine e somiglianza, è l'uomo che ha costruito nomi, immagini, la Sua stessa esistenza, sulla base della propria. Ed allora io non capisco il mondo, non capisco le persone. Perchè non c'è rispetto, perchè non c'è volontà di seguire quei valori, perchè non c'è più nemmeno il timore di una punizione? Siamo forse diventati immortali? Abbiamo scoperto cosa c'è dopo la morte, se è una vera morte? O forse abbiamo capito che è tutta una fregatura che tanto non è vero niente? Ma se è così perchè tanti popoli continuano i propri culti per poi vivere al contrario di ciò che quei culti insegnano? Sorseggio un po' di tè, quando mi infervoro mi si secca la gola. Prendo fiato e sospiro. Ho l'impressione che le persone del tavolino a fianco stiano ironizzando sulla nostra discussione. Penso che forse è anche a questo che servono le chiese, a non farti sembrare un pazzo quando parli con Dio. Si sta facendo tardi ma non sono ancora soddisfatto. Il problema è che è così difficile rimanere a galla, quando tutto attorno ti sommerge. C'è chi dice che bisogna aver fede ma, quando nessuno ti ascolta e cerchi di essere come ti dicono quei valori in cui credi, in cui tanti dicono di credere ma che non seguono, allora quella fede diventa solitudine. E quando sei solo ti chiedi se non hai sbagliato tutto, se tutto quello a cui stai rinunciando per essere quello che ti senti sia giusto, non sia un prezzo troppo alto. Credo che tanti nella mia situazione si rivolgerebbero alla religione, per sentirsi parte di qualcosa, per sapere che ci sono delle precise regole da seguire, che ci sono delle parabole da cui apprendere, per dare un nome alla propria identità. Ma la verità è che non sono alla ricerca di qualcosa di già definito da seguire, non mi interessa avere una casa dove tornare, un nome con il quale farmi riconoscere o un gruppo a cui appartenere, forse vorrei solo avere dei compagni di viaggio che mi aiutino a dire qualcosa di nuovo alle persone assuefatte dalla propria stessa vita omologata. Forse vorrei solo sentire che non sto sprecando il mio tempo. Non credo di chiedere poi tanto, o forse sono talmente un illuso da non rendermi conto che chiedo troppo. Ho finito il mio tè, il freddo si è fatto incalzante, mi fanno male le mani. Un improvviso soffio di vento muove delle foglie sulla strada, le osservo ricadere piano adagiandosi sul terreno. Mi volto a guardare la tazza di fronte a me; è fredda ed ancora piena. Accenno un sorriso. Forse, penso, non ha bisogno di un tè caldo per riscaldarsi. Forse era venuto solo per ascoltare. Forse ho parlato da solo davanti ad una sedia vuota e le mie parole si sono perse, trasportate dal vento.

lunedì 29 settembre 2008

Parliamo del tempo



Secondo me il tempo che scorre è una bufala. E'solo una delle tante convenzioni. Tanti popoli non lo calcolano o lo fanno in maniera diversa. Mi spiego. Da che cosa deriva la concezione del tempo che passa? Qualcuno direbbe dall'orologio; ma l'orologio è un artificio dell'uomo. Altri risponderebbero dall'alternarsi del giorno e della notte o delle stagioni; ma l'astronomia ci insegna che questo dipende dai due moti che la Terra compie, uno su se stessa, l'altro attorno al Sole. Ma questo dimostra lo scorrere del tempo? O è l'uomo che l'ha determinato? Un bel giorno abbiamo preso una unità di misura del tempo e abbiamo sancito che il moto di rotazione dura un giorno, mentre quello di rivoluzione dura un anno. Ma giorno e anno non sono misure della natura, sono delle convenzioni che l'uomo utilizza per categorizzarla e per manipolarla. Voglio dire, è vero che il pianeta si muove, è vero che lo fa a cadenze specifiche, ma dove è scritto che questo determini un tempo che fluisce? A noi sembra logico pensarlo perchè il nostro tempo di vita ha un inizio e ha una fine, il durante lo calcoliamo e gli diamo il nome di età perchè il nostro corpo subisce uno sviluppo, un deterioramento e poi muore. Ma anche in questo caso, siamo così certi che sia una questione oggettiva di tempo o è forse la nostra soggettiva percezione di avere una scadenza, che ci porta a pensarlo? Ciò che mi chiedo è il Tempo come elemento universale esiste veramente o è semplicemente una nostra impressione dettata dal fatto che qualunque cosa cambia, si trasforma? Parliamo di Big Bang come momento in cui si è creato l'universo, ma la domanda è: e prima, non c'era nulla? Cosa vuol dire nulla? E se invece fosse solo una questione di fisica e chimica, è possibile che si confonda la trasformazione con il tempo?

sabato 21 giugno 2008

Sapere di non sapere


Nell'Apologia di Socrate si narra che quando egli venne a sapere di essere stato indicato come l'uomo più sapiente, si recò a dialogare con i politici sofisti, uomini che erano da tutti ritenuti come sapienti, per dimostrare che non era vero. L'esito del confronto fu che si rese conto di quanto fossero incoerenti, presuntuosi, ignoranti e per giunta inconsapevoli di esserlo. Paradossalmente la sua ignoranza dichiarata, il suo sapere di non sapere che ne alimentava la sete di conoscenza, lo rendeva di fatto l'uomo più sapiente.
Credo che nella società in cui viviamo, sottoposti a molteplici stimoli informativi, sia molto facile soffrire di una presunzione di conoscenza. Concetto questo che ha una doppia valenza: infatti da un lato si presume di aver appreso qualcosa di cui invece si conosce solo una parte o forse nemmeno quella, da un altro penso si debba essere oltremodo presuntuosi per pensare di conoscere, soprattutto quando i mezzi utilizzati e l'impegno nella ricerca dell'informazione sono stati superficiali. Oggi, rispetto all'antica Grecia, le cose sono peggiorate. Abbiamo perso il dono dell'umiltà. Tutti sono sofisti, esperti tuttologi con licenza di giudizio verso il prossimo, noncuranti delle incoerenze tra principi e agire quotidiano. L'ironia del Progresso è che più sappiamo, più siamo ignoranti e l'ignoranza si autoalimenta grazie a questo paradosso.
Sono convinto che la curiosità sia alla base di tutto. E' il motore che ci fa andare avanti. Se però siamo certi di avere già le risposte saremo sempre meno invogliati ad adoperarci per ricercarle. Per questo dico che si può anche sopravvivere senza risposte ma non si può vivere senza porsi delle domande.
La prima volta che la mia mente ha elaborato questo ragionamento ricordo di aver sorriso compiacendomi della mia deduzione; dopo un po' però un dubbio ha iniziato a tormentarmi: la mia convinzione fa di me un sofista o un ignorante?