Anche per questo il sunsplash dà fastidio

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venerdì 17 luglio 2009

Lo stigma in una parola

Negro, nero, ragazzo di colore. Parole. Mi piacciono molto le parole. Perché vogliono dire tutto e qualche volta niente. Perché partono dalle nostre teste e finiscono nelle teste di altre persone. Perché ci definiscono e ci permettono di capire o forse di non capire certe cose. Perché ci permettono qualche volta di comunicare. Sono quasi undici anni che sono in Italia e mi rendo conto che la parola sia importante. Parlare con la gente, ascoltare, leggere testi, giornali, libri. Porsi delle domande. Vivere la quotidianità. In questi undici anni non ho mai vissuto veramente episodi di razzismo. Qualche momento particolare anche un po´ difficile. Tensioni. Razzismo, mai. Non mi sono mai posto la domanda se l´Italia era legata alla parola razzismo. Se l´Italia era un paese razzista. C´erano, ci sono delle persone razziste. Delle persone che non vogliono accettare l´esistenza e la presenza di persone altre. Di persone diverse. Ma cosa normale, vero? Forse anche giusta. Sarebbe bello trovare un paese perfetto, con della gente perfetta, tranquilla, felice, non razzista. Ma i paesi sono per fortuna fatti di persone, uomini, donne, persone che scelgono da che parte stare. Con chi stare e con chi parlare. Persone che decidono di accogliere o di rifiutare. Poi ogni tanto anch´io mi sono comportato da razzista. Ho rifiutato di comunicare, di parlare con certe persone. Di incontrare. Ho giudicato anche e solo sulla base di criteri che partivano dal mio punto di vista e che non avevano forse niente a che vedere con la realtà. Per fortuna sono una persona. Uso parole. Parlo. Mi sbaglio. Sono. Undici anni in Italia vivendo con la gente. Parlando. Cercando di partecipare. Di comunicare. Di essere. Io sono. In questi anni mi sono sempre posto una domanda semplice: come faccio ad essere Cleo e non legato a delle parole che per me non avevano niente a che vedere con quello che sono. Quello che pensavo di essere. Quello che volevo essere. Io. Allora davanti a parole come nero, negro o ragazzo di colore non mi offendevo ma non ero d´accordo. Non sono nero, non mi sento un negro e non so a cosa si riferisce la parola di colore. Ma per me non erano parole razziste. Era forse un tentativo di definire delle persone. Di semplificare. L´uomo ha qualche volta voglia di semplificare. Di codificare. Questo è bianco, questo è giallo, questo rosso e questo è nero. I bianchi sono veramente bianchi? I neri, neri? Guardo sempre i ragazzi cinesi che vengono nel centro aggregativo dove lavoro e cerco il colore giallo. Allora la domanda perché non possiamo lasciare la possibilità alle persone di autodefinirsi? Di dire io mi sento blu. Si sono blu. Tutta questa divagazione per portare ad un fatto che mi è capito da poco e che mi ha fatto riflettere. Ero sulla strada che si chiama Repubblica. Sulla mia bici. Alla rotonda aspetto che passano le macchine prima di attraversare la strada. Quando si libera comincio l´attraversamento non rendendomi conto dell´arrivo di una persona in motorino. Per un pelo non mi ha preso. Pedalando veloce sono riuscito ad arrivare dall´altra parte della strada. Arrivato, sento dietro questa parola ad alta voce: “negro”. Mi giro e vedo questa persona, sul suo motorino che stava per ammazzarmi gridare questa parola e non fermarsi, non guardarmi. Cosi. Negro. Era difficile per me in quel momento pensare che era solo una parola. Una parola buttata cosi. Senza senso, senza ragione. No, mi sono posto questa domanda: cos´è cambiato? Io, la mia percezione della realtà italiana o l´Italia. Forse sono cambiato, forse la situazione di tutti giorni mi porta a vedere le cose diversamente. Ad essere meno tollerante. Più sofferente. Forse ho l´impressione di avere dato abbastanza a questo paese per meritarmi certi trattamenti. Forse non sento neanche più il desiderio di lottare per entrare nei meccanismi di una città, di un paese che fa di tutto per rifiutarmi. Forse sono stanco di essere un eterno “straniero” malgrado tutto il tempo passato qui. E poi credo che sia cambiata l´Italia. La mia Italia è meno tollerante. Meno accogliente. Più aggressiva nei confronti degli altri, dei diversi. E credo che dobbiamo iniziare a lavorare sulle parole. Sul senso che diamo alle parole. Su come viviamo la parola. Ho dunque deciso di offendermi quando mi chiamano nero, negro o ragazzo di colore. Quando dicono che sono straniero, quando mi chiamano extracomunitario. Otto anni fa, quando sono tornato in Burkina Faso, mio padre mi aveva chiesto se gli italiani erano razzisti. Ho risposto, no. Qualche problema c’era, razzismo no. Adesso se me lo dovesse chiedere ancora, non saprei cosa rispondere.

di Cleophas Adrien Dioma pubblicato su Arcoiris.tv

sabato 2 maggio 2009

Razzismo all'italiana

Sabato 18 si è giocata Juventus-Inter allo Stadio delle Alpi di Torino. In quell'occasione uno dei giocatori dell'Inter, Mario Balotelli è stato oggetto di insulti razzisti da parte di gran parte della tifoseria juventina. Due giorni dopo la Lega Calcio ha deciso di far giocare a porte chiuse, ovvero senza tifosi sugli spalti, la partita Juventus-Lecce. I cori ci sono stati, il giudice li ha presi in considerazione e ha comminato questa punizione. La società torinese pur ammettendo e dissociandosi dal contenuto dei cori, decide di fare ricorso. Già qui ci sarebbe da fare i complimenti a questi signori, per la testimonianza di quanto gli importi in realtà del fatto. Il 30 Aprile "la Gazzetta dello Sport" se ne esce col titolo "Vittoria all'Alta Corte"; il ricorso è stato accettato. Se provate a guardare i commenti sia sulla pagina della Gazzetta che su youtube, noterete che la maggior parte si dice disgustata dall'accaduto,ma c'è anche chi giustifica, se non peggio ancora nega che si tratti di razzismo. Qualcuno dice che è come quando si urla a Cassano che è un terrone o a Totti che è un romano di merda. Sono d'accordissimo, non c'è differenza; il problema è che non si dovrebbe insultare nessuno in quella maniera, invece nel dire che è tutto razzismo, tanti colgono l'occasione per dire che nulla di tutto ciò lo è. Che menti sublimi. Tanto per la cronaca uno degli insulti che almeno tre quarti dello stadio e a più riprese, ha urlato a Balotelli era "non ci sono negri tra gli italiani". Ma non voglio avercela solo con le pesone presenti quella sera. La settimana dopo durante la partita a Milano dell'Inter contro il Palermo, i cori degli ultras interisti sono stati di solidarietà verso i corrispettivi juventini. Questo la dice lunga, io credo su cosa siano le curve. Un gesto forte sarebbe stato d'obbligo e invece viene revocata la decisione del Giudice, dando la forza della ragione a chi nega il razzismo. Dalla politica, neanche un sussurro. Vivo in un paese di MERDA!

venerdì 3 aprile 2009

In autobus a Foggia




Oggi spezziamo una lancia a favore della Lega: il razzismo non è solo sua prerogativa. A Foggia è stato deciso di istituire una linea alternativa di autobus dedicata esclusivamente agli immigrati. Motivo? Questioni di ordine pubblico. In effetti quando salgo sulle corriere di Mestre io questi problemi li vedo tutti i giorni. Tra le persone italiane a bordo, età media 70 anni, c'è sempre quello che non perde l'occasione per offendere, urtare di proposito o intrattenere comizi con altre persone sugli (contro) immigrati. Una volta ho assistito ad una scena nella quale un conducente non voleva far salire due genitori indiani con il bimbo in carrozzina sotto un diluvio e senza ombrello, con la scusa che il passeggino non era di quelli richiudibili. Sono certo che se avessero avuto delle sembianze italiane sarebbe successa la stessa cosa. Uno degli slogan preferiti è : Guardate che roba, non se ne può più. Di cosa? Di vedere colori diversi, maniere di vestire diverse, sentire lingue diverse. Quando si sente parlare di problemi di ordine pubblico il messaggio fra le righe è "problemi causati dagli immigrati agli autoctoni". Il razzismo naturalmente non c'entra come non manca di sottolineare il Sindaco di Foggia negli articoli che ne parlano presi da il Giornale, Repubblica e la Stampa. No, non è percepito come razzismo. C'è una sorta di autoreferenziale giustificazione, derivante dal fatto che si è a "casa" propria, unita ad una interpretazione della democrazia secondo cui ognuno è libero di dire e fare quel che gli pare. Sono nato in un posto quindi ho la precedenza rispetto agli altri, la mia opinione ha più peso, se ci sono problemi ho ragione a prescindere. Ma non è razzismo. Quando è razzismo, mi chiedo? Quando dici a uno sporco negro? Arabo di merda? Cioè, razzismo è solo una parola o magari è anche atteggiamenti, maniera di trattare con disprezzo, catalogare a priori su base nazionale, etnica, addirittura continentale? La settimana scorsa, parlando con un tale di Israele e Palestina, mi ha detto: Israele è più vicino alla cultura europea, mentre i palestinesi hanno una cultura afroasiatica, è normale che ci sentiamo più legati alle ragioni isrealiane. Sapete io mi sono reso conto di una cosa. Il discorso sul miglioramento delle persone, sulla loro civilizzazione grazie all'alfabetizzazione e all'istruzione è ampiamente sopravvalutato.

lunedì 16 febbraio 2009

San Valentino in riva al Piave




Prendi un San Valentino qualunque. Una festa tranquilla, per coppie, tanti ci tengono, altri come me e la mia compagna se ne fregano, ma è comunque una giornata in più passata con la persona che ami. Poi prendi quel San Valentino, in un quella città, Treviso, e trasformalo in qualcosa di indimenticabile. Grazie a Gentilini, un uomo che ammiro. Lui perlomeno è coerente, diretto, non si nasconde dietro a perbenismi o politically correct. No lui, è uno che sa quel che vuole, dice ciò che pensa e fa quel che dice, magari non seguendo esattamente questa sequenza logica, ma lo fa! Ed ecco allora che in un pomeriggio per innamorati, lui ti sfoggia il suo pensiero, sublime, alto: "Stasera mi raccomando, datevi da fare perchè qui servono più bambini, più bambini della mia razza, la RAZZA PIAVE!". Oggi, 21 Marzo mi sono accorto che il Gazzettino si è premurato di eliminare l'articolo dal web, quindi il link finisce in una pagina vuota. Io lo lascio lo stesso perchè la memoria e i fatti non vengano cancellati.

sabato 31 gennaio 2009

Lucca

Oggi parliamo di immigrati. Di immigrati che vengono qui ma non si vogliono integrare. Ed allora ecco che la ricetta, visto che si parla appunto di cibo, per la favola dell'integrazione ce la porta un'ordinanza comunale di Lucca, sostenuta naturalmente dalla Lega. Riporto gli articoli dell'Espresso e di Tgcom. In sostanza i ristoranti che non servono prodotti italiani saranno vietati e permessi solo fuori da un raggio di quattro chilometri. Ma non è razzismo... Racconteranno la frottola dell'igiene, che i locali vengono chiusi per questo motivo. Peccato che il regolamento non menzioni minimamente questo e parli invece di utilizzo di prodotti nostrani e miri ad eliminare specificamente i cibi "etnici", parola che non si sa bene cosa voglia significare. Perchè un cheeseburger e la coca cola non sono etnici mentre il riso alla cantonese o il kebab lo sono? E se sono italiani i gestori del locale è da considerarsi etnico o no? Come sempre questi discorsi, che tristemente si sentono sempre più spesso, sono solo demagogia. No mi risponderebbe un leghista doc, noi abbiamo opinioni ragionate e vogliamo difendere la nostra identità. Un concetto ineccepibile. La mia ragazza è nata a Roma e vive con me a Mestre, sua sorella è nata a Cagliari, la madre è egiziana, ha uno zio a Parigi, due in Giordania e nonni, zie e cugini al Cairo. Io sono nato a Venezia, i miei bisnonni materni erano di Taranto, quelli paterni di Pinerolo in provincia di Torino, ora ditemi cari leghisti, di quale cazzo di identità state parlando? Questa non è identità è RAZZISMO e IGNORANZA! Il bello è che prima ancora di esserlo verso gli altri lo è verso se stessi e la propria storia. Questo paese che chiamiamo Italia esiste dal 1861. Chiunque guardi al proprio albero genealogico scoprirà per magia, che se torna indietro di 5-6 generazioni ha parenti che non erano italiani. Oh, un'altra informazioncina storica. L'Italia per come la conosciamo, a parte le terre irredente annesse nel dopoguerra, non nasce proprio nel 1861. Venezia infatti vi entrerà a far parte solo dal 1866, mentre Roma, si lei la capitale, dal 1870. Quindi, lo richiedo, di quale identità parlate? Cos'è la cultura italiana o padana? L'influenza delle culture francesi, spagnole, austriache, normanne, greche, eccetera, che si siano fatte sentire o siamo duri e puri, italiani o padani da un'eternità e per l'eternità?

lunedì 22 dicembre 2008

Rom e Roma

Guardate, ero combattuto sul dove inserire questo post. Si perchè Alemanno dovrebbe avere sempre il posto fisso nella rubrica l'Angolo del Nazifascista, ma stavolta ho fatto un'eccezione. In effetti il razzismo verso i Rom, che poi spesso non sono Rom ma Sinti, Camminanti o altri popoli ancora, ma per l'italiano mediamente ignorante è tutto uguale, non riguarda solo Alemanno. Basta leggere un'articolo della Repubblica ed i commenti sottostanti per capire. Ne parlano anche il Messaggero ed il Riformista. Ho scelto questi tre articoli perchè ognuno tocca un punto diverso della questione, uno più razzistico dell'altro. Dunque, il Messaggero parla di un permesso rinnovabile annualmente per un massimo di tre anni per poter accedere ai campi. Ciò significa che queste persone dovranno possedere un qualcosa in più del semplice permesso di soggiorno o della cittadinanza, dipende se si tratta di stranieri o di italiani. In più si parla di telecamere all'interno e all'esterno dei campi. Questo, dice l'assessore alle Politiche Sociali, per la tutela di chi vi abita. Certo. La Repubblica parla dell'integrazione. Sarebbe bello poter chiedere ad Alemanno cosa intende con questa parola, ma soprattutto come vorrbbe metterla in pratica visto che i nuovi campi assomiglieranno a delle carceri di massima sicurezza. Si perchè i nuovi regolamenti prevederanno un presidio di vigilanza da parte della polizia mentre le cooperative sociali che se ne occupavano prima saranno utilizzate per altre mansioni. Il Riformista riporta un articoletto breve e succinto con un concetto che è un capolavoro: bisogna distinguere tra chi vorrebbe una casa e non ce l'ha da chi non la vuole, perchè povertà non è sinonimo di crimine! Tradotto significa che non si devono confondere gli Homeless, cioè i poveri che non hanno casa, dai Rom, cioè i criminali che non la vogliono la casa. Bello. Non fa una piega. Non fosse per il fatto che molti "senzatetto" lo sono per scelta e che molti Rom ( o altri popoli) lavorano o comunque non delinquono. La cultura di queste persone è difficile da interpretare per persone di cultura occidentale, per quel che significa, e lo sapete perchè? Non riguarda il colore della pelle, nè la lingua, la religione o i costumi. Riguarda il lavoro. Hanno un concetto del lavoro che non è quello di papà Mercato è quindi non lo concepiamo. E se una cosa non la concepiamo, la temiamo, perchè mina le nostre sicurezze sul mondo e sulla nostra identità. E cosa succede quando il timore oscura la ragione? Voilà, eccovi servito il razzismo, la cura universale per l'ansia dell'italiano medio ignorante, da prendere a grandi dosi, dietro prescrizione mediatico politica in caso di crisi.

sabato 29 novembre 2008

L'angolo del razzista: Varese

Apro anche questo spazio dedicato al razzismo per dare il giusto spazio alle imprese di questi eroi del duemila. Ho voluto creare una sezione a parte rispetto al filone nazifascista perchè in questi casi non c'è uno sfondo che sia dichiaratamente politico o partitico, sebbene la mentalità ed i modus operandi siano gli stessi.
Dunque cominciamo con una notizia che arriva dalla roccaforte leghista di varese; è un fatto accaduto qualche settimana fa, ma la vittima non ha voluto denunciare nulla. Una volta tanto è stato un testimone ad interessarsi e ad avvertire i carabinieri. Gli articoli sono presi da Varesenews, il Giornale, il Tempo e Quotidiano Nazionale.